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Poesia in forma di conchiglia

di Carlo Annoni

 

Questa di Fontanesi è una poesia che si affida fortemente alla emozione musicale, non referenziale, della lettura, proprio per la sua scarsità di appigli discorsivi, pur presenti, e per il suo tendere all'informale, entro un dettato alto e altissimo (con fraseggio arduo, ricco di allitterazioni, spesso su figure etimologiche, quali un "attendente attendere" e la "disattesa attesa"; ed innumerevoli altre): siamo dunque nel caso della semanticità che si tende continuamente verso la perdita del senso (o meglio, ripetiamo, verso la musica e la composizione astratta di oggetti: una collana di perle o, appunto, di conchiglie) e nel caso della classicità, o del senza tempo, a contatto con il gusto deformante della modernità.

Fontanesi sembra talora raccontare con fermezza attestativa, ma, in realtà, la sua è quasi la poesia di un daimon che agita la materia in forma di parole-conchiglie dando luogo alla nascita di una specie di universo altro (come in ogni caso fanno, per vie diverse, tutti i poeti; ma nell'intero Canzoniere di Fontanesi è singolarissima la trama delle sinestesie, la quale sembra affiorare da miti insieme conosciuti e sconosciuti, spingendosi verso l'ineffabile: come "fuoco che soffia/ suono su suono per colorire", cosicché "dal combusto silenzio/ (si) propaghi la distretta corrusca", XX, Il centro).

Dobbiamo ripetere lo stesso concetto da un altro punto di vista; e parlare ancora di una sintassi argomentativa, dunque, che sembra condurre per approssimazioni al senso, ma, in realtà, obbedisce in primo luogo al gusto d'una ipnosi ripetitiva, all'in-canto formulare ad eco ("O forse (...). Forse (...). Forse (...)" . si pone un solo esempio, ma sarebbero innumerevoli) e, ancora di più, al piacere affàbulatorio, per il quale la lingua viene continuamente tentata, in una specie di ebbrezza virtuosistica del poeta ("Così costruiscono i poeti/ sottili pareti sonore/ d'alchimia minerale/ ove ospitare raggiante/ il dolce calore oscuro/ di un'ora sabbiosa",) che accede anche alle torsioni di un pittore-scultore manierista ("Solo/ un mansueto comburere/ (la fiamma notturna/ accasata nel marmo/ satinata e duttile)/ sa ciò che improvviso dilama (le tre citazioni di seguito sono la XXIV, Così costruiscono i poeti.

Fontanesi, sistematicamente, crea parole nuove da parole note, interferendo, e facendo scorrere la mano, fra le classi di sostantivo, aggettivo, verbo, avverbio, e dunque rimodellando in continuazione da rema a tema e viceversa, in una ricchissima metamorfosi, fino a momenti sintagmatici più complessi, quali "delta che s'estauria", "fonte irradiosa", "letto-calamaio del tempo" (XXV E come quietamente scorre anche l'oblio: forse ricordi del fare dantesco, soprattutto paradisiaco: si tratta in ogni caso, non sappiamo per quali mediazioni giunti al poeta nuovo, di para-dantismi, del Dante esoterico). (Su questo argomento, pur giunti al termine della lettura, l'autore continua a sorprenderci nella memoria, ed a farci tornare, ad esempio, alla lirica Più oscura è la notte(XXVI): dove un esordio addirittura epico pare poi condurre ad un grandioso non-sense, ad un gigante fatto di parole non legate ai realia, mentre il poeta sta parlando dell'origine; cosìcché il soggetto a cui intitolare il suo testo è l'energia vitale, il "trabocco" dell'energia vitale, l'"erompere" in atto (e il "crescendo" si tiene e si spiega: "Più oscura è la notte/ e più teso s'affina l'ascolto/ e più alto s'inchiocciola il cammino/ verso l'azzurro squarcio che illimite/ ti erompe incontro con passo/ periferico e lato..."): Fontanesi, "sviandato poeta", Wanderer nostro contemporaneo percorre uno dei sentieri heideggeriani, dal quale, però, ad un certo punto, si stacca, quando ci dice che il linguaggio è la casa dell'essere, come il mare è la "casa del fuoco costante" (evidente l'allusione al mito delle Vestali, custodi del fuoco del tempio), dove abita EINAI: dunque il linguaggio, dove abita l'essere, nasce dal mare, il quale è insieme magma e matrice, custode di una "lingua fossile" (di una "fiamma fossile" di "fiori fossili" e dunque di immagini rapprese, e, parrebbe, stabili: le innumerevoli conchiglie dalle innumerevoli forme), ma sempre "rimareggiante" (come il suo poeta: abbiamo finalmente incontrato il mot-clefdi Fontanesi, che ha al fondo la parola "mare" la quale alimenta tanto il "rimare", quanto il mareggiare (XXXIII Vicino).

Fare poesia come fa il mare, dunque, è il progetto di Fontanesi, come il mare sonoro che modella continuamente le rive e gli oggetti, quasi tempo diventato concreto e plastico che si muta e muta senza sosta, prodigiosamente: "rimare" come "mareggiare", insomma.

Ma, a dire la complessità di questo neo-formato incrocio di verbi, è l'eco, "eco bianca, eco di lino", che "rimareggia" come dentro una conchiglia, facendo riascoltare, e ripetendo senza fine, l'andare e tornare delle onde e delle parole-onda, nelle navate del mare (la cattedrale, lo sappiamo, dell'essere,).

Il poeta è consapevole che questo è il suo lavoro anche quando si sdoppia nelle figure del vecchio del mare e del giovane del mare (e sono le sue due età ed anche un modo di attestare la tradizione, dalla poesia dell'alba del tempo, del solo "mareggiare" alla sua, del "rimare"), dettando in questi termini: "Affondano nell'eco di Tetide/ gli abitatori delle conchiglie/ i poeti, /rivoltando i sarchiati fondali sabbiosi / e le cavità dall'attesa percosse"(Potrà mai spegnersi la voce, IX).

A questa lirica di fondazione si dovrà senz'altro aggiungere la V Cosa:"La casa che lavora/ sul fondo/ a raccogliere/ luce/ e l'impasta con sabbia e detriti"; e riassumere tutto con la pagina d'esordio di Tetide fondomare(I), alla quale il poeta aveva consegnato subito la traccia dell'esegesi ("Tetide orchestra/ la danza dell'essere a casa") ed un distico perfetto ("Un piede luminoso e aperto/ è la cadenza" come in Mallarmé, il filo di spuma bianca del mare, " le blanc cheveu qui traine", e il bagliore di qualcosa che sta venendo alla luce, o si sta inabissando, "le flanc enfant d'une sirène": un mito, insomma che si travaglia per nascere,).

Siamo andati in cerca di altre schegge, confessiamolo senza imbarazzo, per entro questa lingua, la quale alterna uno strato formato a strati in formazione, ed è una lingua coltissima e, allo stesso tempo, vicina all'origine, e produttiva come all'origine.

Abbiamo ascoltato, e ci siamo fatti guidare dall'eco lunga, conchiliare, di Santorini e di Epidauro, di un'isola e di un teatro della Grecia classica, citati esplicitamente dal poeta, giungendo a "frammenti d'intòno" che si aprono al canto, dal non finito al finito, e riescono ad un nitore da Antologia palatina: "Nella vasta coppa/ dal fondo limoso/ modella al tornio con calcare sonoro" (XVIII, Nella vasta coppa).

Ma le rimas caras ed il trobar clos, o il pezzo elegantissimo, possono anche lasciar luogo al cantabile di una piccola ballata, l'avvio della quale viene dato da una coppia di novenari: "Portate dall'onda rigonfia/ le piccole arche argentine/ migrano/ in equilibrato moto/ e trattengono nella memoria/ semi futuri di canti" (XI, Portate dall'onda rigonfia).

Tralasciamo altre piste, anche se il "mandala" di Gittata di canti è la natura (XXXIII) fa immediatamente pensare a Jung ed alle filosofie orientali, così come il rimando a Bacon (VI, Malleus Albus, che vale, credo, come un riassunto di un certo tipo di pittura d'oggi) ci introduce ad una luce particolare, e ci spiega molto dell'attitudine a dare composti colorati: viola, verde cupo, verde, nero, arancione, rosso.

Vorrei invece concludere con un piccolo processo di storicizzazione, troppo precoce, ovviamente, ma tuttavia non inutile: ascriveremo allora Fontanesi a quella che chiamerò la funzione Zanzotto della poesia d'oggi in Italia, cioè alla memoria ermetica di Zanzotto ed alla sua forza di inventore diparole; se poi pensiamo alle Cosmicomiche e a Ti con zero, diremmo che è quasi la stessa materia, della quale Calvino si fa narratore freddo, mentre Fontanesi, invece, cerca di restituirne il "divampo".