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Lascia
a ciascuna galassia 
il proprio stellato pascolo annoluce

a ciascun pianeta
la propria orbita nel giardino dietrocasa

a ciascun popolo 
la propria lingua
sul portale del cuore altipiano

a ciascuna famiglia
il proprio focolare
perché raccolga dolori e tese carezze
accanto a un sempreverde ascolto;

oh la tremenda ricerca del proprio,
sorriso sopra l’arco solare degli occhi;
una linea d’orizzonte ci separa e  unisce,
una linea che mai  additerà
chi siamo
se l’Altro non ci sfiora
dentro il polline della parola,
nel giubilo      macinato granulare
per dirci come il fuoco talvolta 
può giungere a respirare tutta
la verticalità del cielo;

ma ancora lascia a ciascun monte
la propria lotta abissale
con la tormenta e il riposo
a ciascun fiume
il proprio delta ricco 
della ricchezza che proviene dall’agrodolce
scambio di pacate acque in fermento

a ciascun mare 
la propria gestazione divina,
schiuma d’amore e viaggio verso un destino
di ritorni compassionevoli alla bocca

a ciascun deserto
lascia la propria voce,
nient’altro che la voce,

					
nella tonalità alta della tempesta
che abolisce ogni riparo anche alla iena,
allo scorpione sterratore e all’aspide feroce,

nella tonalità grave del gelo paralizzante,
quando a notte più non implorano le labbra
e anche la seta della sabbia
si tramuta in pietra

oh la tremenda ricerca del dio,
cammino che smania 
che sorride
che loda
           e è bestemmia
che canta
           e è preghiera
che tace
           e     è