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IV^
Oh il felice nuotare nell'oceano divino
e respirare I'acidula vendemmia che,
rinverdito prana, quasi a guizzi promana
dal VIGNETO di MARTA,
tua bianca brillante vigna isolana,
ritaglio stellare nella memoria
riparato a nord
dal braccio materno di CAPE COD
quando l'inverno antartico allunga
fino ai suoi fianchi a grappolo un
raggelato soffio di morìa.

Martha my dear, così circondata
da pace inpronunciabile, ferace,
tu attiri la vigilia del profondo viaggio
al Salto
brusco
arcano
che sconcerta i rapporti e li trasforma
in anse
        baie
              bocche conchiliari
              rade calanche
dove il suono e il flutto caracollano
ballerini fino alla risalita sorgiva,
ai cuore dello spruzzo, suono senza suono
e attesa dell'eco che indugia mentre
via si sperde tra le sottocorrenti glaciali
della calotta siderea; eco che poi
si riprende, accalora
raccolto a un misterioso ascolto solutivo
e si spalanca un primaverile riposo
sul porto madrèporo della feconda gioia.

Ma come voler imbrigliare la Gioia
se lei stessa è il Vincolo
l'uncinuto Vinchio
e fulgòre
e sterile diluvio
della poliraggiante Notte
che è Nulla, si,
ma è
e attende, anzi s'attende...

E già mattutino attende alla biancolatte mantiglia
per cagliare inizio e compimento
arca e arcobaleno; ma nel frammezzo
s'eclissa albale il fiore rampicante dell'oscuramento
intrecciando gli alcionico-azzurri SI'
ai più lontani giallo-furenti NO-luce;
ma poi s'allarga
vibrato volo divino
espanso al subitaneo evento
per l'incantato incontro di verbèna
con gli umani responsi e la sponsale festa.

E muri d'acqua mòtili in ascissa-ordinata
sono le sigillate facce verdeftalo
che occhi aruspicini
percorrono in lenta lettura
mentre srotola intorno l'ingorgo agonico
lungo il cunicolare genitarsi delle correnti
fiumane sottomarine, tendini del dolore
brucianti fino all'australe spasimo
sul fondo grembo nottesabbia
disertato dal soffio delle stagioni


                  V^

ma che          unica
tu sola ricolmi con baci carezze sussuri
rischiarandoti in immersioni
tenere sollecite e che profumano l'eco
remota d'ancestrali pigolii d'amante.

E tutto ciò si esala irradia volteggia
in salvifiche audizioni galattiche
quando il rampone della vendetta improvviso
t'illumina rossosangue in superficie,
quando l'abbraccio della pressione
ti ritorna poi inspiegabilmente soffice bolla
mentre affondi in picchi-atmosfere sempre più fondi
e il mare ti diviene mantiglia
socchiusa palpebra
utero ascendente
a nuovi linfogemmati canti...

Un muro rampicante di cori corallo
è il divino; s'adagia sull'annullato tuo canto
ora che il guanciale delle febbri
ha attutito il salso tuo balzo naufrago,
ora che ti sarà più facile cantare il Nulla.

Rinascere sarà poemare, ma
non più tutte le cose, solo
quel Nulla.
Una cosa è il poema, rinasce mare;
un mistero è il mare, muore poema;

               VI^

chi ne beve la schiuma
canterà la montante pena.
Ma un osanna
più ancora
sarà la ritrazione sterile quando affiora
gravida di incompresa dissonanza,
perché l'onda seriale
sormontando l'ascolto del mare
si riassorbe anzitutto
nella ghirlanda del risveglio.
Così, obbedire alla compiuta
cadenza non è molto dissimile dal percorrere
il taglio di un affilato rasoio:
per chi impugna la fremebonda
còte dell'impossibile
sia ammesso solo errabondare,
                   cercare
                   e soccombere all'abbaglio.

Ma soffia serena sulla laboriosa stùmmia
soffia e ascendi,
trasali alla spirale dell'obbedienza azzurra
per ritrovarti mondo diadema,
stilla e rifugio onnipervaso,
olio rifondente
nell'agrodolce colata di quel
concesso Nulla.


Variazione da PER I MARI DEL CANTO